La carovana di madri centroamericane ha ispirato una donna ad aiutare i migranti

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In un gelido pomeriggio del novembre 2014, dentro la Chiesa di Bojay, Angélica Loyola Díaz partecipò a una messa in omaggio alla madri di migranti desaparecidos che erano arrivate in carovana a Atitalaquia (Stato di Hidalgo, Messico).

Nel suo quartiere era girata la voce che la carovana sarebbe arrivata alla Casa del Migrante “Il Samaritano” e, visto che i suoi genitori erano migranti arrivati a Atitalaquia da San Luis Potosí, Angélica decise di avvicinarsi per capire come queste donne avessero trovato il coraggio per addentrarsi in Messico alla ricerca dei loro figli desaparecidos.

Angelica incontrò poi il vescovo che aveva officiato la messa e gli disse che era rimasta colpita dalla funzione. Il vescovo le chiese se fosse interessata a dare una mano nella Casa del Migrante, e oggi la donna è una volontaria in attivo della struttura: è la persona incaricata di aprirla, anche nei giorni di pioggia in cui i migranti hanno bisogno di un posto in cui rifugiarsi.

 

La Casa del Migrante di Bojay

La Casa del Migrante “Il Buon Samaritano” di Atitalaquia è il risultato dello sforzo di alcune persone che frequentano la Chiesa e degli abitanti locali. Dal 2011 la casa alimenta centinaia di migranti che passano ogni giorni nella località, che si trova lungo il cammino che i migranti centroamericani attraversano per raggiungere gli Stati Uniti.

La casa è un rifugio sicuro in un posto pieno di pericoli: alcuni migranti sono stati sequestrati all’interno della struttura dal crimine organizzato e i volontari che ci lavorano sono stati minacciati. Hanno addirittura trovato dei cani morti davanti alla porta in segno di avvertimento.

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Malgrado tutto ciò, e malgrado il freddo di Atitilaquia, Angélica e i volontari della Casa del Migrante non perdono l’ottimismo; accolgono i migranti, servono loro da mangiare, gli offrono un tetto e una doccia calda.

È una menzogna che non sia ha tempo per dare una mano

“È una menzogna che non sia ha tempo per dare una mano. Io mi sveglio alle 5 del mattino, spazzo la strada, butto la spazzatura e pulisco casa. Preparo da mangiare per mia figlia e la porto a scuola”, racconta Angélica Loyola. “Poi apro la Casa del Migrante, a volte mi porto anche mia figlia quando esce da scuola, perché giochi lì. Vado anche in palestra, in Chiesa e la sera riesco anche a vedere il mio programma favorito. È questione di organizzarsi il tempo”.

Sono 3 anni che Angélica lavora nella Casa del Migrante, e di tutte le storie che ha sentito, ricorda la più triste: quella di Ronnie, un bambino di 11 anni arrivato poco fa nel rifugio per migranti.

“Sono arrivati degli studenti dell’Universidad Autónoma de México e intervistarono un bambino, si chiamava Ronnie. Mi sono seduta a pulire i fagioli e mi sono messa ad ascoltare”, ricorda Angélica.

“Ronnie aveva 11 anni, come mia figlia. Perché sei venuto fin qui? Gli hanno chiesto. Rispose che nel suo paese le maras (gangs) stavano reclutando forzatamente giovani e bambini. Sua madre gli disse di andarsene, malgrado la strada della migrazione fosse piena di pericoli, malgrado fosse possibile che lo uccidessero. La donna sapeva che c’era anche la possibilità che Ronnie arrivasse a destinazione e avesse una vita migliore, e lei preferiva pensarlo con una vita migliore, anche se questa significava non vederlo mai più. Ti immagini il dolore di una madre che deve lasciare un figlio così piccolo? Un amore così grande da essere capaci di lasciarlo andare”.

Angélica è sempre attiva, sempre attenta a che a nessuno nella Casa del Migrante manchi qualcosa, e non perde mai l’ottimismo e il sorriso malgrado la desolazione che si presenta quotidianamente davanti ai suoi occhi.

 

Juan Eduardo Flores Mateos / Fotos: Prometeo Lucero
Traduzione di Orsetta Bellani

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