Giorno #9 e #10: Il lungo week end al Distrito Federal

Basílica de Guadalupe. Foto: Carlos Maruri

Basílica de Guadalupe. Foto: Carlos Maruri

di Valentina Valle Baroz

La giornata numero 9 della Carovana inizia con la visita al Reclusorio Preventivo Norte di Città del Messico, dove le madri si sono recate per sfogliare gli archivi in cerca di indizi sulla sorte dei loro figli. Questa pratica di passaggio nelle strutture carcerarie ha in realtà il duplice scopo di raccogliere informazioni e, allo stesso tempo, di prendere visione delle condizioni in cui sono detenuti i migranti centroamericani. Tra i rischi che questi ultimi corrono, infatti, uno dei maggiori è quello di essere reclutati dal crimine organizzato, reclutamento a cui fa spesso seguito la detenzione, per reati maggiori o minori, non sempre commessi.

Quasi tutto il territorio messicano soffre della presenza del crimine organizzato, e molte delle sparizioni sono relazionate con questa diffusione capillare che, spesso dietro minaccia di denuncia al dipartimento di migrazione, approfitta della vulnerabilità dei migranti in transito per utilizzarli come schiavi nei narcolaboratori di produzione delle anfetamine, per muovere carichi di droga o lavorare nel mercato dello spaccio “al dettaglio”.

Le retate delle forze dell’ordine arrestano indistintamente chiunque si trovi nell’area delle loro operazioni di pulizia del territorio, e non è raro che i migranti vengano accusati di crimini con i quali non hanno nulla a che vedere. Il sistema penale messicano, che funziona con la presunzione di colpevolezza, fa il resto. Per questo frequentemente si incontrano casi di migranti “doppiamente scomparsi”: una prima volta occultati dalla delinquenza nelle fila della propria forza lavoro; una seconda, incastrati nelle maglie di un’ingiustizia burocratica che spesso li registra con nomi e nazionalità differenti.

Sembra un’esagerazione da caso studio, ma è la triste realtà. E la visita di venerdì 28 novembre l’ha confermato. In quest’occasione, infatti, un detenuto ha riconosciuto, al passaggio delle madri, il ragazzo ritratto in una delle foto che le donne portano al collo. Alcune ore dopo, doña Juana stava seduta di fronte a suo figlio, rinchiuso da tredici anni nel Reclusorio Maschile Santa Martha Acatitla.

La caravana de madres en el Claustro de Sor Juana. Foto: Pep Companys

La caravana de madres en el Claustro de Sor Juana. Foto: Pep Companys

 

Registrato come messicano originario dello stato di Veracruz, e accusato di un omicidio che dice di non aver commesso, nessuno si era fino a quel momento interessato alla sua sorte. Le cicatrici sul suo volto, testimonianza delle botte che hanno accompagnato la sua confessione, ne sono la dimostrazione. Ora il suo caso sarà gestito dagli avvocati che collaborano con il Movimento Migrante Mesoamericano: Carlos Humberto, nella disgrazia, è stato fortunato. Lo stesso non si può ancora dire delle migliaia di casi come il suo che affollano i registri delle carceri di questo paese, nomi sconosciuti di vittime innocenti persi in un sistema che nega loro qualunque possibilità di difesa.

Quest’emozione inattesa ha quindi aperto ufficialmente i due giorni di eventi in programma nella capitale. Alla visita al carcere sono seguite una conferenza stampa e una visita all’Università Iberoamericana, dove le madri si sono incontrate con alcuni esponenti di organizzazioni non governative per condividere esperienze e informazioni.

La giornata del sabato ha invece visto le donne impegnate nella tradizionale attività di ricerca che ha contraddistinto il loro camminare fin dall’ingresso in territorio messicano. Il luogo selezionato è stato la Basilica della Vergine di Guadalupe, uno dei più frequentati del Distretto Federale.

Juana Oliva Vázquez. Foto: Victor Galindo

Juana Oliva Vázquez. Foto: Victor Galindo

Dopo una riunione con alcune associazioni civili, le madri sono state infine ricevute nel Chiostro Sor Juana, nel centro della Città, dove hanno realizzato un’ulteriore attività in onore dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, Guerrero. Per l’ennesima volta gli integranti della Carovana si sono solidarizzati con i genitori dei normalisti sequestrati dalla Polizia Municipale di Iguala, in un unico grido di dolore e richiesta di giustizia.

Com’è accaduto per tutte le altre tappe di questa Carovana, anche in quella capitolina alle madri è stata dedicata un’accoglienza ben differente da quella che è stata riservata ai loro figli. Un’attenzione derivante dalla pressione mediatico-umanitaria che la Carovana stessa produce e che le donne molto spesso non si spiegano: se i loro figli venissero trattati anche solo con la metà della riverenza con cui vengono ricevute queste donne, la loro presenza in questo paese non sarebbe nemmeno necessaria. Disgraziatamente, è molto più semplice (e conveniente) regalare panini a quaranta donne in cerca dei loro figli, che non intervenire sulle cause e conseguenze di un fenomeno migratorio che, com’è stato denunciato più volte nelle giornate precedenti, costituisce una tragedia umanitaria incredibilmente redditizia.

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