Giorno #8: La maledizione dei luoghi dimenticati: la casa del migrante di Celaya, Guanajuato

Córdoba Veracruz 23/Noviembre/2014.El movimiento migrante mesoamericano, realizo un acto de solidaridad en dicha ciudad con los 43 Estudiantes de la Normal Rural de Ayotzinapa “Raúl Isidro Burgos”, colocando a un lado de la manta representativa con

Di Valentina Valle Baroz

Guanuajato è uno di quei luoghi del Messico di cui si sente parlare sempre e solo in riferimento ad un luogo, una festività, un evento. In questo caso è il Cervantino, Festival internazionale di musica, arte e teatro che per una settimana richiama nella capitale dello stato giovani e meno giovani, da tutta la repubblica e non solo. Il resto del territorio, per il resto dell’anno, non esiste. Per molti ma non per tutti, viene da dire, perchè per la microcriminalità e la politica corrotta invece Guanajuato essite eccome. E anche per i migranti.

La cittadina di Celaya, dove la Carovana giunge alle 4 del pomeriggio di questa nona giornata di viaggio, è parte della rotta migratoria che segue la linea ferroviaria della Bestia. E, puntuale, a meno di un chilometro dai binari si trova una casa di accoglienza per migranti in transito.

“Mani tese”, così si chiama questa struttura, ha iniziato a lavorare come associazione civile e, nonostante le minacce continua nella sua opera di assistenza ai giovani centroamericani che decidono di fare tappa in questa località vessata dalla microcriminalità. A prima vista il luogo non sembra eccessivamente pericoloso, ma ci basta avvicinarci ai vagoni della Bestia per scattare un paio di fotografie perchè subito alcuni pandilleros inizino da lontano a controllare i nostri movimenti. Qui, per motivi di sicurezza, le madri non percorrono i binari, attività che del resto sarebbe inutile perchè la ferrovia è deserta.

Dopo una conferenza stampa in cui è stata ribadita la responsabilità del governo messicano nella scomparsa dei migranti in transito, per le gravi carenze nella documentazione dei casi, per l’inefficienza nelle ricerche, per la mancanza di una procedura adeguata per la denuncia e, troppo spesso, anche per la diretta complicità delle istituzioni con il crimine organizzato, le madri hanno visitato la piccola struttura che è al suo terzo cambio di indirizzo. Le due sedi precedenti sono infatti state plurime volte oggetto di violazioni da parte di integranti delle bande locali, che hanno minacciato sia gli ospiti che i gestori del rifugio.

Alla visita è presente anche una cooperante d Oxfam, organizzazione internazionale che in questo luogo si occupa della formazione del personale volontario che assiste i migranti. Questa è infatti un’altra questione fondamentale che troppo spesso viene trascurata. Le strutture definite “albergues”, le case di accoglienza, vengono la maggior parte delle volte aperte da esponenti della società civile che, mossi da un puro spirito di fratellanza umana, decidono di sopperire con mezzi propri le lacune di uno stato latitante. Come è stato sottolineato in occasione della visita alla Patronas, il comportamento della società civile messicana che si compromette nell’aiutare i centroamericani in viaggio verso gli Stati Uniti, ricorda molto quello degli abitanti dell’isola di Lampedusa che, allo stesso modo, intervengono personalmente in soccorso ai sopravvissuti della traversata del Mediterraneo, esperienza certo non meno traumatica di quella della Bestia.

Come sottolinea la cooperante, in Messico manca totalmente la volontà politica per formare adeguatamente personale specializzato, o anche solo per istruire adeguatamente quello che, in modo volontario, decide di votarsi alla causa. Per questa ragione, chi lavora con i migranti si ritrova esposto agli stessi identici rischi di chi intende proteggere. I gestori delle case di accoglienza si trasformano inevitabilmente in difensori dei diritti umani senza avere la preparazione adeguata per svolgere questo ruolo, che richiede anche competenze legali e nozioni di sicurezza personale. Per questo motivo, altrettanto inevitabilmente, finiscono per proteggere i migranti con gli unici mezzi di cui sono in possesso: se stessi. Le minacce ai gestori degli albergues, che in alcuni casi si sono tradotte anche in assalti e sequestri, sono un altro scandalo nella gestione del flusso migratorio che attraversa il territorio messicano, e la visita alla “Mani Tese” di Celaya è mirata ad accendere un riflettore anche su questa problematica.

La visita purtroppo non può durare molto, ed è un peccato perché molte sarebbero le questioni che sarebbe interessante approfondire, con i gestori della casa e con l’integrante di Oxfam. Il programma prevede però che questa nona giornata di Carovana abbia termine a Città del Messico, e le distanze di questo paese impongono di riprendere il cammino.

Il benvenuto che l’albergue “Cafemin” riserva alle madri è caloroso, come lo sono stati tutti i precendenti. L’accoglienza del Distretto Federale invece lascia a desiderare: mentre stavamo ancora scendendo dall’autobus una coppia di uomini armati ha assaltato il fotografo e difensore dei diritti umani Jesús Robles Maloof, che si trovava sul posto per ricevere la Carovana. Ci ostiniamo a vivere e lavorare in questo paese, e a difenderlo anche, perchè sappiamo che la maggioranza delle persone che lo abitano sta lottando, ognuno a modo suo, per poterlo salvare. E se da un lato episodi come questo scoraggiano e stancano, dall’altro confermano che iniziative come la Carovana sono necessarie come l’aria, per poter offrire al Messico quel “ponte di speranza di cui ha disperatamente bisogno.

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