Giorno 4: La stazione migratoria di Acayucan e l’arrivo a Las Patronas

Foto: Mario Marlo/Somoselmedio.org

Foto: Mario Marlo

di Valentina  Valle Baroz

Dopo l’emozione della giornata di sabato 22, con l’incontro tra doña Leonila e suo fratello Oswaldo, la Carovana riprende il suo viaggio la domenica 23, alla volta della “stazione migratoria” di Acayucan, nello stato di Veracruz. È prevista una visita alle installazioni della stazione, che si suppone essere un centro di permanenza temporanea per i migranti in attesa di rimpatrio, ma che si rivela un centro di detenzione a tutti gli effetti. A non tutti gli integranti della Carovana viene consentito l’accesso, e coloro che possono entrare vengono suddivisi in due gruppi. Alla stampa accompagnante viene permessa una visita limitata. Nino Quaresima, rappresentante della Carovana Italiana in Messico, è presente alla visita di entrambi i gruppi, quella che segue è la sua testimonianza.

Il primo gruppo è composto da alcune madri, a cui viene concessa la possibilità di confrontare i nomi dei familiari con quelli dei detenuti degli ultimi tre anni. Gli archivi del centro non sono direttamente consultabili, un addetto si occupa di ricercare i nomi forniti all’interno di un database. Non esistono fotografie delle persone detenute.

Al secondo gruppo, formato dai familiari restanti, viene invece riservata una visita della struttura. I reparti dedicati alle donne e bambini risultano in buono stato, ma si rileva che le donne di nazionalità poco comuni tra i migranti in transito, come per esempio quella ecuatoriana, permangono nel centro oltre i tempi stabiliti dalla legge, fatto dovuto alla difficoltà di raggiungere un numero congruo di migranti per effettuare il rimpatrio.

Anche il reparto dei giovani è in buono stato, ma se i minori di sesso maschile vengono divisi dalle madri dopo il compimento del dodicesimo anno, età che risulta piuttosto bassa per ritenerli pronti per questa separazione, tenendo conto delle condizioni psicologiche dei soggetti in questione, che spesso vivono l’esperienza della migrazione, e della detenzione, come un forte trauma. A questo proposito pare che esista all’interno del centro una struttura del DIF (Desarrollo Integral de la Familia – Sviluppo Integrale della Famiglia), un’agenzia governativa che si occupa di temi sociali, con personale specializzato. I visitanti, tuttavia, non ne hanno rilevato la presenza.

Il reparto degli uomini, invece, risulta sovraffollato e in alcuni punti danneggiato. Per fronteggiare il numero eccessivo di persone recluse nello stesso spazio, i migranti si adattano a dormire dove trovano posto, spesso sul pavimento.

Anche il servizio medico-sanitario della struttura è piuttosto carente, esiste la possibilità di prestare assistenza per interventi di primo soccorso ma per esigenze più serie è necessario il trasferimento in una struttura ospedaliera, dove i degenti vengono piantonati da guardie. In tipico stile carcerario, i migranti non solo non possono lasciare la struttura ma non possono nemmeno muoversi liberamente all’interno della stessa. La sorveglianza di ventiquattr’ore da parte della polizia federale completa il quadro.

Al termine di quest’attività, la Carovana riparte alla volta di Córdoba, Veracruz, dove le madri possono esporre nuovamente le foto dei propri figli, chiedere informazioni e sensibilizzare la cittadinanza al tema. Simbolico il luogo che eleggono, unendo le foto dei loro cari a quelle dei 43 studenti du Ayotzinapa che i cordobensi solidali hanno esposto a un lato dello zócalo.

La destinazione successiva, ultima tappa della giornata, è il rifugio per migranti Las Patronas, una casa di accoglienza a lato della ferrovia, fondata da un gruppo di madri di famiglia nel 1995, anno in cui le vicine iniziarono a rendersi conto del passaggio di molti giovani che approfittavano del treno merci per spostarsi e che avevano fame, freddo e alle volte necessitavano di cure mediche per incidenti sofferti durante il tragitto. Per puro spirito di solidarietà iniziarono quindi ad aiutarli, al principio senza nemmeno sapere che non erano messicani finché, ascoltando il loro accento, realizzarono che si trattava di migranti. Il lavoro svolto dalle donne in questi vent’anni è impressionante, il rifugio è cresciuto ed è diventato un punto di riferimento in questa rotta migratoria, sia per i giovani che per le loro famiglie, coscienti che in questo luogo vengono raccolti dati preziosi per le loro ricerche. Fondamentale è segnalare che tutto ci, è stato conseguito non solo senza aiuto esterno ma anche, come denuncia Fray Tomás, con l’ostilità della diocesi locale, che le donne si spiegano con il fatto di essere un’iniziativa indipendente, nata in modo spontaneo, che non accetta direttive dall’alto e che, soprattutto accoglie persone di qualunque credo senza nessuno scopo di proselitismo. Sorprende, e addolora, ascoltare i commenti sulla postura del vescovo locale, che ci si aspetterebbe invece di trovare in prima linea nella difesa dei diritti umani e protezione dei bisognosi.

Nonostante le avversità, las Patronas continuano e l’atmosfera che ci accoglie all’arrivo è quella di una riunione familiare. Prima della cena Fray Tomás e Marta Sánchez pronunciano un breve discorso e Edita Maldonando, hondureña, fondatrice del Comitato dei Familiari dei Migranti di Progreso (Cofamipro) e partecipante storica alla Carovana delle Madri, consegna una targa di ringraziamento all’istituzione.

Come sottolinea Nino Quaresima, il comportamento delle donne de Las Patronas ricorda molto quello degli abitanti di Lampedusa che, di fronte all’inefficienza delle istituzioni, cercano di sopperire ai bisogni dei migranti con mezzi propri. Anche in questo caso, come accade nell’isola siciliana, le donne risaltano che ciò che maggiormente manca è la comprensione, la solidarietà umana che dovrebbe darsi al di là di qualunque nazionalità o religione.

Dopo la “72” e la casa “Jtatic Samuel Ruiz el Caminante”, questo è il terzo rifugio per migranti visitato dalla Carovana, il terzo luogo simbolo della resistenza contro la criminalizzazione della migrazione e in favore della libera circolazione delle persone. Non sarà l’ultimo e, come quelli che l’hanno preceduto e che seguiranno, trasmette a tutti i presenti un fondamentale messaggio di fratellanza e un sentimento di appartenenza all’unica grande famiglia della lotta sociale per la giustizia e l’uguaglianza tra tutti gli uomini.

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